Guida ai cento dischi più belli del mondo
di Riccardo Lenzi (critico musicale de L'espresso)
Avvicinarsi alla musica colta attraverso i dischi è
la cosa più facile e
difficile che ci sia. Facile perchè, empiricamente,
basta infilare un
compact disc in un lettore per ricavarne le note musicali
predilette.
Difficile, perchè è proprio nel lavoro di selezione
di un brano, nella
scelta a monte di una data interpretazione che entrano in
gioco i
fattori culturali, il buon gusto. Senza dimenticare che il
mezzo, il
lettore cd, cambia il suono e modifica la percezione del fenomeno
musicale. Non a caso, molti anni fa, quando le radio si diffusero
nelle
abitazioni private, il filosofo Theodor Adorno e il musicista
Arnold
Schonberg si interrogarono sullo snaturamento del significato
conoscitivo della musica che ne poteva derivare.
Per fortuna, ad aiutarci, esistono riviste serie e guide specializzate
come Gramophone, Diapason, Le Monde
de la Musique, le edizioni
Penguin o le italiane Musica ed Amadeus.
Ma anche qui entrano in
gioco fattori che possono distorcere l'obbiettivo del
giudizio. Per
esempio, nel caso della guida Gramophone che esce annualmente,
un certo
serpeggiante sciovinismo che favorisce gli interpreti inglesi
e, nel
caso di alcune riviste tedesche, un'eccessiva attenzione a
certe case
discografiche. Dunque un giornale che non ha case discografiche
fra i
suoi editori o finanziatori e non eccessive ridondanze patriottiche
fra
i motivi ispiratori del suo operare, avrà una
maggiore libertà
nell'effettuare la scelta.
La presente selezione ha dunque voluto salvaguardare parecchi
brani
celeberrimi, particolarmente attraenti per il melomane ancora
inesperto,
ma anche indirizzare l'ascoltatore verso autori e brani un
po' più
impegnativi, nella fiducia che, se non al primo ascolto, in
seguito
daranno altrettanta soddisfazione. Si tratta, in fin dei conti,
di una
vera e propria discoteca di base, dove, accanto ai brani arcinoti
(le
Quattro stagioni di Vivaldi o la Quinta sinfonia di Beethoven)
ce ne
sono altri di più ambiziosa esigenza intellettuale
(dal Peter Grimes
di Britten alle sinfonie di Sciostakovic) e altri ancora volti
a rendere
meno settario il confine fra la musica classica e quella più
popolare
(basti pensare a West Side Story di Bernstein o a Porgy and
Bess di Gershwin).
Gli aspetti presi maggiormente in considerazione nell'effettuare
la
selezione sono stati quelli tipicamente musicali: il valore
dell'opera
incisa e la sua importanza storica. Quindi il valore dell'interpretazione,
privilegiando quella che rende meglio i caratteri della composizione
eseguita, la sua struttura, i suoi contenuti, spesso dando
precedenza a quella che fa capire un aspetto inedito dell'opera.
Senza trascurare, ovviamente, la fattura tecnica del disco,
il modo in cui è stato registrato.
Ecco quindi l'ipotetica selezione dei cento migliori
dischi, che in realtà concerne le cento migliori
confezioni, valutando un box, poniamo composto da cinque cd,
per un disco. Tenendo conto del fatto che la logica commerciale,
che domina anche il mercato, moltiplica le edizioni della
singola opera e i dischi ormai storici vengono tolti dal catalogo,
terremo conto in futuro di eventuali aggiunte e miglioramenti,
modificando la lista. Dunque, per ora, il catalogo è
questo.
BACH. "Clavicembalo ben temperato". Si ha un bel
dire che ai tempi del
grande Johann Sebastian non esisteva il pianoforte. Suoni
asciutti,
quasi totale assenza del pedale, rallentamenti, indugi, ritmi
idiosincratici: Glenn Gould ri-crea e a un livello tale da
far assurgere
la sua interpretazione ad opera d'arte (4 cd Sony lire 100
mila).
BACH. Concerti Brandeburghesi. Trevor Pinnock e l'English
Concert
assicurano l'ideale cocktail tra rispetto filologico e attesa
di un
pubblico neofita. (3 cd Archiv, lire 80 mila, con le Suite
orchestrali).
Ma la grande musicalità alla portata dei più
è nell'edizione, con
strumenti moderni, con l'English Chamber Orchestra diretta
dal
compositore Benjamin Britten (2 cd Decca, lire 35 mila).
BACH. Messa in si minore. Senz'altro gli amanti delle esecuzioni
filologiche preferiranno i Gustav Leonhardt e i Tom Koopman.
Una visione
tardoromantica, appagante anche per i profani è però
quella di Herbert
von Karajan con i Berliner Philharmoniker e un cast di solisti
di
prim'ordine formato da Janowitz, Ludwig, Schreier, Kerns,
Ridderbush (2
cd Dgg, lire 50 mila).
BACH. Passione secondo San Matteo. L'amor filologico suggerirebbe
John
Eliot Gardiner (3 cd Archiv, lire 110 mila). Ma chi vuole
un impatto
"forte", attento più che altro a creare un
climax emotivo, si deve
rivolgere alla versione di Klemperer (Emi, 3 cd, lire 80 mila)
con
Pears, Fischer-Dieskau, Schwarzkopf, Ludwig, Gedda e Berry.
BARTOK. Concerto per orchestra. Altra dimostrazione di suono
da Fritz
Reiner e dall'Orchestra di Chicago. I "Berliner d'America"
non ci
mettono solo una ferrea disciplina ma, ad esempio nel trascinante
"gioco
delle coppie", vero e proprio disinibente entusiasmo
(cd Rca, lire 25 mila).
BEETHOVEN. Le nove sinfonie. Wilhelm Furtwängler è
qui la pietra
miliare. Persino il grande Karajan, dinanzi all'introduzione
della Nona,
al sincopato della Quinta, ai tragici strappi dei violoncelli
nella
Marcia Funebre della Terza, vien messo da parte. (5 cd Emi,
lire 130
mila circa).
BEETHOVEN. Cinque concerti per piano e orchestra. Fra tanti
grandi
solisti, da Wilhelm Backhaus a Artur Rubinstein, da Rudolf
Serkin a
Maurizio Pollini, l'integrale che forse è più
omogenea fra contributo
solistico, orchestra e direttore è quella di Vladimir
Ashkenazy alla
tastiera con la magnifica, "rude" al punto giusto,
Orchestra di Chicago
diretta da Georg Solti (3 cd Decca, lire 50 mila).
BEETHOVEN. I sedici quartetti per archi. Solo il "Clavicembalo
ben
temperato" può sostenere l'importanza storica
e teoretica di questi
capolavori, vero e proprio punto di riferimento della musica
occidentale. Il Vegh Quartet (8 cd Audivis, circa duecento
mila lire),
sostenuto dal suo grande primo violino, Sandor Vegh, ci prende
per mano
non sottovalutando i tesori di bellezze melodiche a discapito
della
problematicità formale e filosofica.
BEETHOVEN. Le 32 sonate per pianoforte. Wilhelm Kempff registrò
due
integrali, una fra il '51 e il '56, mono, e l'altra negli
anni Sessanta,
stereo. Siamo ai vertici assoluti della storia dell'interpretazione
di
questi brani (insieme alle registrazioni di Schnabel e Backhaus).
Letture "neoclassiche": così le descrivono
certi critici per il grande
rispetto dello spartito e il tentativo di oggettivare ciò
che vi è
segnato sopra. Con i non disprezzabili vantaggi di ottime
rese sonore e
buoni prezzi. (8 cd Dgg, circa lire 200 mila).
BEETHOVEN. Missa Solemnis. Quando il coro della New Philharmonia
inizia
il fugato (nel Quoniam dal Gloria) i primi accenti di ogni
parte sono
talmente imperiosi da far venire in mente la possanza della
volontà
kantiana. Poi c'è il buon quartetto di solisti composto
da Söderström,
Höffgen, Kmentt e Talvela. Ma, più d'ogni altra
cosa, c'è la bacchetta
di Otto Klemperer, con un grande senso tragico della partitura
(ascolta
le dissonanze del "Crucifixus") (2 cd Emi, lire
56 mila). Nella versione
toscaniniana sono in primo piano gli scultorei fiati e i concitati
interventi della "Robert Shaw Chorale", a creare
effetti che talvolta
raggiungono la violenza espressiva. Con un'enfasi retorica
che la
impone(2 cd Bmg, lire 40 mila).
BELLINI. "Norma". Ovvero Maria Callas. In questi
tre cd (Emi, lire 105
mila) registrata in una delle sue migliori annate (1954).
E, nonostante
l'incisione mono, di ottima resa sonora. Suoi inevitabili
comprimari Ebe
Stignani, Mario Filippeschi, Nicola Rossi-Lemeni, Paolo Caroli,
Rina
Cavallari. Con l'orchestra e il coro della Scala diretti dal
"fedele"
Tullio Serafin.
BERG. "Wozzeck". Secondo buona regola dell'Espressionismo
è a tratti
"terrificante" il suono che Claudio Abbado tira
fuori dai Wiener
Philharmoniker. Assecondato da un Franz Grundheber (nel ruolo
del
titolo) che dà luogo a una delle interpretazioni più
tragiche della
storia del teatro musicale registrato (2 cd Dgg, lire 70 mila).
BERG. Concerto per violino e orchestra "Alla memoria
di un angelo".
Isaac Stern e Leonard Bernstein interpretano questo brano
come se
l'autore fosse "l'ultimo dei mahleriani". C'è
molta passione , molto
romanticismo , e la New York Philharmonic "strappa"
con i violoncelli e
scaglia con gli strumenti a fiato verso il cielo frammenti
di suoni che
paiono interiezioni (cd Sony, lire 27 mila).
BERLIOZ. Sinfonia fantastica. Sir Colin Davis, alla replica
in questo
brano con i Wiener Philharmoniker (cd Philips, lire 35 mila),
ne firma
un classico acconto. La pazzia istrionica è però
nelle diversissime (fra
loro) interpretazioni di Roger Norrington con i London Classical
Players
(cd Virgin, lire 25 mila) e Leopold Stokowski a capo della
London
Symphony (cd Decca, lire 25 mila).
BERNSTEIN. "West Side story". Le canzoni "Maria"
e "America" non
potevano aver migliore interprete dell'autore stesso. I suoi
strumenti
sono Kiri Te Kanawa, Josè Carreras, Tatiana Trojanos
e Marilyn Horne
che, abbandonati gli abiti seriosi di esecutori classici,
vestono quelli
più vocalmente eccentrici di una serata passata ricordando
gli anni
d'oro di Broadway (2 cd Dgg, lire 70 mila).
BIZET. "Carmen". L'interpretazione, nel ruolo del
titolo, di Teresa
Berganza, si qualifica con i termini che varrebbero anche
per il
concetto di gitano: una libertà interiore assoluta,
guidata solo dal
proprio, individuale, libertino desiderio d'amore. E' Claudio
Abbado che
le dà un ordine, piegando la compassata London Sympony
Orchestra a ritmi
vorticosi e a una cantabilità mediterranea. Completano
un fior di cast
Ileana Cotrubas, Placido Domingo, Sherrill Milnes (3 cd Dgg,
lire 110
mila lire).
BRAHMS. I due concerti per piano e orchestra. Tutti i grandi
della
tastiera vi hanno fatto vedere meraviglie (da Brendel a Pollini,
da
Serkin a Rubinstein, da Kovacevic ad Arrau). Ma dove il contributo
dell'orchestra è decisivo è nell'accoppiata
Emil Gilels (dal grande
controllo delle sonorità, con vibrazioni straordinariamente
regolari) -
Eugen Jochum con i Berliner Philharmoniker (2 cd Dgg, lire
50 mila).
BRAHMS. Le sinfonie. Bruno Walter con l'Orchestra sinfonica
Columbia è
da quarant'anni la pietra di paragone (3 cd Sony, lire 70
mila):
fremente negli attacchi impetuosi (la Prima sinfonia), romantico
senza
sdilinquimenti nei tempi lenti (ad esempio quello della Seconda)
. La
resa sonora mette invece in risalto l'Orchestra London Philharmonic
diretta da Eugen Jochum (in due album doppi della Emi con
il Requiem
tedesco diretto da Klaus Tennstedt, complessivamente lire
70 mila).
BRAHMS. Concerto per violino e orchestra. Quando Jascha Heifetz
inizia
la cadenza di questo concerto, fa letteralmente paura: registri
sopracuti, tenuissimi glissandi, arpeggi, colpi d'archetto
brucianti.
Tutti e tre i tempi del concerto scorrono a velocità
assai sostenute, ma
la grandezza del violinista è tale da permettergli
di cesellare allo
stesso tempo i passaggi più intricati. E poi, c'è
il raffinato
accompagnamento dell'Orchestra di Chicago diretta da Fritz
Reiner (cd
Rca, lire 26 mila).
BRAHMS. "Ein deutsches Requiem". Ancora e sempre
(dal '61) la voce
luminosa di Elisabeth Schwarzkopf e un trentaseienne Dietrich
Fischer-Dieskau al meglio della forma (ascolta l'afflatus
drammatico del
"Denn wir haben hie keine bleibende Statt"). E dal
podio Otto Klemperer
partecipa con religiosa commozione a capo dell'Orchestra Philharmonia
(cd Emi, lire 25 mila).
BRITTEN. "Peter Grimes". Con il cast delle mitiche
repliche del Covent
Garden (Peter Pears, Claire Watson, James Pease, Jean Watson,
Owen
Brannigan, Geraint Evans) l'autore (che proprio su Pears aveva
costruito
musicalmente il protagonista) ci dà una di quelle interpretazioni
definitive. Drammatica, potente, senza nessuna concessione
ai
sentimentalismi e ai facili effetti. Con un finale, la scena
del
suicidio di Peter, da conservare nel proprio archivio personale
(3 cd
Decca, lire 110 mila).
BRUCKNER. Le nove sinfonie. Sempre i Berliner Philharmoniker,
che in
questo repertorio la fanno da padroni. Herbert von Karajan
sul piano
della bellezza espressiva ha qualche cosa di più (9
cd Dgg, lire 150
mila). Ma, sempre con i Berliner, sono straordinari anche
Eugen Jochum
(alcune sinfonie con l'Orchestra della Radio Bavarese, 9 cd
Dgg, lire
120 mila) e Daniel Barenboim (9 cd Teldec, lire 200 mila).
Non va
dimenticato il tutto-Bruckner di Celibidache, con delle interpretazioni
della Quinta, Ottava e Nona sinfonia tanto personali (segnate
da una
grande libertà agogica) quanto indimenticabili (mancano
la prima e la
seconda sinfonia ma c'è la Messa in fa e il Te Deum
per 12 cd Emi a lire
350 mila circa)
CHOPIN. I due concerti per piano e orchestra. In termini
di
autorevolezza ed eleganza la versione di Claudio Arrau domina
il
catalogo. Il suo lavoro sul testo è sempre frutto di
elaborate ricerche
intellettuali e Chopin vi vede le sue basi impiantate nella
cultura
tedesca. Buono l' apporto dell'orchestra London Philharmonic
diretta da
Elihau Imbal (cd Philips, lire 25 mila).
CHOPIN. I Notturni. Arthur Rubinstein deve molta della sua
leggenda a
queste incisioni. La limpidezza del suo tocco, il suo stile
retorico
declamatorio, nonostante gli anni, dettano ancora legge (2
cd Rca, lire
50 mila).
CHOPIN. Sette Polacche. Certo, nella vecchia (anni 30) incisione
della
Emi Artur Rubinstein era un'altra cosa: un turbine, una devastazione,
dove potenza e agilità impressionarono talmente i tecnici
addetti alla
registrazione che - racconta la leggenda - si sprecarono gli
svenimenti
e le cure contro i problemi legati all'innalzamento di pressione.
Ma
purtroppo il risultato sonoro è stato penalizzato dal
passare del tempo.
Da questo punto di vista (purtroppo solo da questo) le incisioni
di
qualche decennio successivo sono un grande miglioramento.
Intendiamoci:
siamo sempre ai vertici assoluti dell'arte interpretativa
(cd Rca , lire
35 mila)
CHOPIN. Seconda Sonata. La "Marcia funebre" nelle
possenti mani di
Vladimir Horowitz non è tragedia. Attraverso la sua
scelta di tempi
lenti, la potenza percussiva (l'aumento della forza dei bassi
con
trasporti d'ottava), i parossismi virtuosistici, la digitalità
da sommo
è disperato desiderio di vita, bisogno d'assoluto.
(cd Rca, lire 25 mila).
CIAIKOVSKI. I tre concerti per piano e orchestra. Nell'integrale
la
fanno da padrona ormai da qualche decennio Emil Giles (straordinario
soprattutto nel meno celebre Secondo eseguito con la scioltezza
digitale
di una corsa di gazzella) e Lorin Maazel e la New Philharmonia
Orchestra
(2 cd Emi al lire 40 mila). Ma i "primi" leggendari
sono quelli di
Horowitz e Toscanini, Richter e Karajan, la Argerich e Abbado.
CIAIKOVSKI. Le sinfonie. Ci sono le integrali "slave"
di Svetlanov,
Jansons, Rostropovich, Markevitch e Temirkanov. Quella "mahleriana"
di
Bernstein (Sony), quella un po' salottiera di Maazel. Ma la
grande
musica romantica dell'Ottocento fa capolino da quella di Herbert
von
Karajan (4 cd Dgg a lire 90 mila).
CIAIKOVSKI. "Lo Schiaccianoci". L'eleganza di Andre
Previn e della
London Symphony è inarrivabile. La musica del russo
sembra essere
ricreata per un salotto parigino d'inizio secolo (2 cd Emi,
lire 45 mila).
CIAIKOVSKI. Concerto per violino e orchestra. Il crescendo
violinistico
prima del celebre tutti orchestrale (quello reso famoso dallo
slogan
pubblicitario) è da mozzare il fiato. Con Jascha Heifetz
siamo di fronte
al più grande violinista del secolo. Accompagnatori
di lusso Fritz
Reiner e la Chicago Symphony Orchestra (cd Rca, lire 25 mila).
DEBUSSY. Preludi (libro primo e secondo), Images, Children's
Corner. La
fredda, perlacea, meticolosa (nel rispetto di ogni segno),
arte di
Arturo Benedetti Michelangeli eccelle. Suoni intensi, tensione
architettonica, rapporti scenografici, memori di Albeniz e
Granados
rivisitati attraverso i salotti parigini. Il pianoforte, sotto
il suo
tocco magico, diviene un'orchestra di memorie(2 cd Dgg, lire
70 mila)
DEBUSSY. "Pelléas et Mélisande".
Il lato decadente, tutto sfumature,
pianissimo, glissandi di Herbert von Karajan viene fuori in
questa
celebrata registrazione. Sono strumenti della sua visione
tardoromantica
la von Stade, Stilwell, Van Dam, Raimondi e i Berliner Philharmoniker
(3
cd Emi, lire 100 mila).
DONIZETTI. "Lucia di Lammermoor". In una fredda
serata berlinese del '55
l'atmosfera si riscaldò grazie alla vibrante, pirotecnica,
virtuosistica
interpretazione di Maria Callas (il suo "Soffriva nel
pianto" fa
accapponare la pelle), accompagnata dal fedele Di Stefano
e da Panerai e
Zaccaria guidati dalla mano sapiente di Herbert von Karajan
(2 cd Emi,
lire 60 mila).
DONIZETTI. "L'Elisir d'amore". Accensioni ritmiche,
abbandoni, ironia.
James Levine raffina, dopo diciotto anni dalla "prima
volta
discografica" il Nemorino di Luciano Pavarotti. Di classe
assoluta le
spiritose prestazioni di Enzo Dara e Leo Nucci (Dulcamara
e Belcore).
Unica pecca Katleen Battle, una scialba Adina (2 cd Dgg, lire
70 mila).
DVORAK. Le nove sinfonie. Istvan Kertesz fu artefice della
riscoperta
delle prime quattro sinfonie del ceco, ristabilendo il fatidico
numero
di "nove". Queste incisioni con la London Symphony
Orchestra hanno tutto
l'entusiasmo del pioniere (6 cd Decca, lire 120 mila).
DVORAK. Concerto per violoncello e orchestra. L'arcata di
Mstislav
Rostropovic sa essere ora potente (nella cadenza del primo
tempo) ora
irresistibilmente dolce (nel tempo lento). Una gara per l'eccellenza
fra
il russo e i Berliner Philharmoniker diretti da Herbert von
Karajan (cd
Dgg, lire 30 mila).
ELGAR. "The dream of Gerontius". Un oratorio in
stile mendelssohniano
alla fine dell'Ottocento? Il visionario compositore inglese,
a modo suo,
ha scritto una fondamentale tappa della musica sacra. Richard
Hickox a
capo dei complessi londinesi ne ristabilisce l'autorità
(2 cd Chandos,
lire 70 mila)
FAURE'. Requiem. L'acustica della chiesa di San Eustachio,
a Montreal,
si presta a creare l'atmosfera concentrata e distesa necessaria
per
apprezzare questo capolavoro. L'orchestra del capoluogo canadese
diretta
dal suo direttore stabile, Charles Dutoit, si avvale delle
prestigiose
presenze vocali di Kiri Te Kanawa e Sherrill Milnes (cd Decca,
lire 35 mila).
FRANCK. Sinfonia in re minore. In via eccezionale a capo
dell'Orchestre
de Paris, Herbert von Karajan prende terribilmente sul serio
questo
capolavoro, privilegiandone le affinità con il wagnerismo
e Anton
Bruckner (cd Emi, lire 25 mila).
GERSHWIN. "Porgy and Bess". La produzione diretta
da sir Simon Rattle,
proveniente dal festival di Glyndebourne, nonostante la seriosità
della
London Philharmonic e i cantanti White, Haymon e Blackwel,
ci dona
un'atmosfera fra lo spontaneo e l'improvvisatorio degna del
jazz (3 cd
Emi, lire 110 mila).
GLUCK. "Orfeo ed Euridice". Questo capolavoro,
che segnò una vera e
propria rivoluzione nel dramma musicale, in reazione al virtuosismo
galante, non poteva avere interpretazione più lucida,
secca, intimista
di questa di John Eliot Gardiner (protagonisti canori Derek
Lee Ragin,
Sylvia McNair, Cyndia Sieden, il Monteverdi Choir e l'English
Baroque
Soloist, in due cd Philips, lire 70 mila).
GRIEG. "Peer Gynt". Herbert von Karajan è
tornato più volte, negli anni,
a queste suite (numero uno e due) dalle musiche di scena di
Ibsen. I
vasti paesaggi, i lunghi silenzi, le raffinatezze timbriche
del Nord,
come ha poi dimostrato con Nielsen e Sibelius, si addicevano
a lui e ai
Berliner Philharmoniker (Cd Dgg, lire 25 mila).
HAENDEL. Concerti grossi opera 3 e opera 6. La fastosità,
l'ampio
spettro sonoro, si addicono alla Academy of St Martin in the
Fields
diretta da Neville Marriner (3 cd Decca, lire 80 mila).
HAENDEL. "Il Messia". A molti, in tempi di estremismi
filologici, potrà
apparire ultradata questa esecuzione di sir Thomas Beecham
con tanto di
clarinetti e piatti della Royal Philharmonic. Tutto suona
forse
eccessivamente pompieristico, ma nondimeno assai affascinante
(3 cd Rca,
lire 80 mila). Altrimenti, ci si puù rivolgere ai più
scrupolosi Trevor
Pinnock con l'English Concert & Choir (due cd Archiv,
lire 70 mila).
HAYDN. Le sinfonie londinesi (numero 93 - 104). Fra le versioni
iperomantiche di Karajan e quelle con gli strumenti originali
tipo -
Brüggen si situa quella di Colin Davis a capo dell'orchestra
Concertgebouw di Amsterdam. Calda, atmosferica, ma allo stesso
tempo
agile, nervosa (due doppi cd Philips, lire 70 mila).
HAYDN. "La Creazione", oratorio. Squadra di solisti
straordinaria,
quella messa insieme da Karajan nel '69: Janowitz, Ludwig,
Wunderlich,
Krenn, Fischer-Dieskau, Berry più, ovviamente, i fidati
Berliner
Philharmoniker (2 cd Dgg, lire 50 mila).
HILDEGARD von BINGEN. Antifone, Responsori, Sequenze. Questa
musicista
(e santa!) del dodicesimo secolo è una delle riscoperte
più affascinanti
di questi anni. L'ensemble Sequentia diretto da Barbara Thornton
vuole
registrarne l'opera superstite e in questo volume (il terzo,
cd Harmonia
Mundi, lire 35 mila) ne è l'avvocato più entusiasta
e convincente.
HINDEMITH. "Mathis der Maler". Per il tedesco,
vero e proprio "re del
contrappunto" di questo secolo sono indispensabili la
lettura analitica,
la trasparenza di tessitura dell'Orchestra Sinfonica di San
Francisco
diretta da Herbert Blomstedt (cd Decca, lire 35 mila).
HOLST. "I pianeti". La fierezza di Giove, la bellicosità
di Marte, la
lussuria di Venere animano ottoni, timpani e archi dei Berliner
Philharmoniker diretti da Herbert von Karajan (cd Dgg, lire
37 mila).
LISZT. "Les Preludes". Ancora Herbert von Karajan
e i Berliner
Philharmoniker in versione guerriera: clangore di ottoni,
tube, timpani,
piatti in gran spolvero. Interpretazione da aficionados del
Cinemascope
(cd Dgg).
LISZT. I due concerti per piano e orchestra. Nei momenti
tempestosi
Sviatoslav Richter dà un'impressione di forza assolutamente
impressionante. Ci sono degli accordi "pesanti"
(magari ottenuti con
ineleganti posizioni, sforzando persino i gomiti) che stupiscono
per lo
scultoreo rilievo sonoro. In pieno feeling con il suo partner,
Kyrill
Kondrashin, a capo dell'Orchestra Sinfonica di Londra (cd
Philips, lire
25 mila).
MAHLER. "Das Lied von der Erde". Fritz Wunderlich,
grandissimo tenore,
prima che la sua vita fosse stroncata a trentasei anni da
un incidente
automobilistico, fece in tempo a lasciarci questa vitalistica,
elegante
interpretazione. C'è poi "Der Abschied" (l'utimo
Lieder della raccolta)
cantato in manera estenuante, iperdecadente, delibato nota
per nota da
Christa Ludwig. E su tutto la bacchetta di Otto Klemperer,
pupillo
dell'autore (cd Emi, lire 25 mila)
MAHLER. Le sinfonie. Da Kubelik a Solti, da Tennstedt ad
Haitink, da
Abbado a Maazel, sono tanti i direttori che hanno registrato
l'opera
sinfonica. Ma, giustamente, l'immaginario collettivo associa
la figura
del musicista boemo a Leonard Bernstein. La sua seconda integrale
(quella Dgg in 13 dischi, circa 300 mila lire) contiene splendide
esecuzioni (a parte forse l'ottava, che fu ricavata da un
video d'un
ventennio prima, essendo lui morto nel frattempo).
MENDELSSOHN. Terza ("Scozzese") e Quarta ("Italiana")
sinfonia. Claudio
Abbado con la London Symphony Orchestra dà luogo a
un ideale cocktail
fra musicalità latina e disciplina strumentale anglosassone
(cd Dgg,
lire 25 mila)
MENDELSSOHN. Concerto per violino e orchestra in mi minore.
Yehudy
Menuhin all'inizio degli anni Cinquanta era al top della forma:
cavata
dolcissima, vibrato di grande espressività. E poi in
questo disco è
accompagnato da Wilhelm Furtwängler, in un azzeccato
abbinamento con il
Concerto per violino di Beethoven. Peccato che la registrazione
sia
mono, anche se buona (cd Emi, lire 25 mila).
MONTEVERDI. "Orfeo". Il primo capolavoro della
storia dell'opera ha nel
New London Consort diretto da Pickett (con le voci di Ainsley,
nel ruolo
del titolo, e Gooding, Bott) interpreti che non si appiattiscono
sulla
riproduzione scrupolosa dei suoni originali, ma "creativi",
con effetti
drammatici ben focalizzati da un'ottima registrazione (2 cd
L'Oiseau
Lyre, lire 70 mila).
MOZART. "Don Giovanni". Fra tanti estremi interpretativi,
dalla visione
demoniaca di Furtwängler a quella zelantemente filologica
di Gardiner,
la classica, saggia, convincente (e che privilegia l'italianità
del bel
cantare) via di mezzo è rappresentata dalla versione
di Carlo Maria
Giulini (con un bel cast formato da Waetcher, Sutherland,
Schwarzkopf,
Sciutti, Alva, Taddei, Capuccilli e la Philharmonia Orchestra,
in tre cd
Emi a 11O mila lire).
MOZART. "Il Flauto Magico". L'aria della Regina
della Notte cantata da
Lucia Popp basterebbe da sola a dare a questa registrazione
lo status di
classico. Ma del buono loro ce lo mettono pure la Janowitz,
Putz, Gedda,
Berry, Frick, la Schwarzkopf e la Ludwig diretti da Klemperer
(2 cd Emi,
lire 60 mila).
MOZART. Sinfonie numero 35-41. Passano gli anni ma nessuno
scalza Bruno
Walter e la Columbia Symphony Orchestra dalla vetta delle
interpretazioni. Il suo è un Mozart preromantico, pervarso
dal sacro
fuoco: basterebbe ascoltare il primo movimento della sinfonia
in sol
minore. Ma con oasi di religiosa pace (l'Andante cantabile
della
"Jupiter") (3 cd Sony, lire 75 mila).
MOZART. Requiem. Una delle edizioni più commoventi
è quella Hans
Gillesberger, che si avvale di prime parti e cori di voci
bianche
(Vienna Boys' Choir) e del tenore Kurt Equiluz. Con i complessi
dell'Opera di stato di Vienna crea un'atmosfera di rarefatta
purezza
spesso ignorata da esecuzioni o troppo ridondantemente romantiche
o
troppo asetticamente filologiche (cd Bmg, lire 10 mila).
MOZART. I 27 concerti per pianoforte e orchestra. Sono tante
le
integrali prestigiose: quelle di Ashkenazi, Perahia, Barenboim,
Schiff,
per fare alcuni nomi. Ma quella di Geza Anda, che modera il
romanticismo
emergente anche grazie al garbo del lavoro di concertazione
con
l'elegantissima Camerata Mozarteum di Salisburgo, resiste
ancora in una
posizione di assoluto rilievo e a un prezzo decisamente vantaggioso
(10
cd Dgg, lire 180 mila).
MUSSORGSKY. "Boris Godunov". Edizione curatissima,
quella di Abbado, con
l'inserimento della scena di San Basilio all'inizio dell'atto
quarto.
Suggestivo Anatoly Kotcherga nel ruolo del titolo. Gli fanno
da
contraltare Leiferkus, Lipovsek, Ramey, Nikolsky, Langridge
e i Berliner
Philharmoniker (3 cd Sony, lire 120 mila).
NIELSEN. Le sei sinfonie. Herbert Blomstedt e l'Orchestra
sinfonica di
San Francisco dominano questa corrusca materia con grande
classe. Fiati
e timpani scandiscono con precisione da certosini la recente
riscoperta
di uno dei più grandi sinfonisti d'inizio secolo, fra
Sibelius e una
sorta di classicismo prestravinskiano (3 cd Decca, lire 100
mila).
OFFENBACH. "Les Contes d'Hoffmann. Placido Domingo e
una straordinaria
Joan Sutherland (in ben quattro ruoli: Olympia, Giulietta,
Antonia e
Stella) paiono divertirsi nell'assumere le sembianze ora di
spettri ora
di marionette (in due cd Decca, lire 70 mila).
ORFF. "Carmina Burana". Dietrich Fischer Dieskau
e Gundula Janowitz
sotto la bacchetta di Eugen Jochum abbandonano i consueti
abiti seriosi
per scatenarsi in una interpretazione provocante, spudorata,
dove il
goliardico si mischia all'osceno. (cd Dgg, lire 25 mila).
PAGANINI. 24 capricci opera 1. Salvatore Accardo domina ancora
il
repertorio. Oltre le difficoltà tecniche superate con
il sorriso sulle
labbra, colpisce il suo tentativo di restituirci questa materia
incandescente attraverso l'ottica del belcanto (cd Dgg, lire
25 mila).
PALESTRINA. Missa Papae Marcelli. Il capolavoro della musica
contrappuntistica ha nel Coro della cattedrale di Westminster
diretto da
David Hill interpreti che sanno unire alla perfezione esecutiva
un senso
della maestosità frutto anche di un sapiente utilizzo
dei microfoni (cd
Hyperion, lire 35 mila).
PERGOLESI. Stabat Mater. Forse Margaret Marshall, Lucia Valentini
Terrani e la London Symphony Orchestra diretti da Claudio
Abbado non
saranno molto rispettosi della filologia. Questo capolavoro
sacro
d'inizio Settecento a tratti sembra essere attraversato da
un
atteggiamento belcantista che non gli è consono. Ma
il fenomeno musicale
è percepibile in tutta la sua profondità (cd
Dgg, lie 37 mila).
PROKOFIEV. "Romeo e Giulietta", balletto completo.
Previn per
l'eleganza, ma Lorin Maazel e la splendida Cleveland Orchestra
per la
trasparenza di suono, la precisione degli interventi delle
prime parti,
la bontà della registrazione (2 cd Decca, lire 50 mila).
PROKOFIEV. Le sinfonie. Neeme Järvi e l'Orchestra nazionale
scozzese
sanno far vibrare le corde del pathos drammatico (nella Quinta
sinfonia)
e quelle dello humour (nella Prima, "Classica"),
avvicinando il loro
suono alla fondamentale ambiguità del russo, divisa
fra istanze
tardormantiche e ricerca di una personale espressione artistica
(4 cd
Chandos, lire 100 mila).
PUCCINI. "Boheme". I cantanti sono di prima grandezza
(Mirella Freni e
Luciano Pavarotti) ma la star qua è Karajan. La sua
orchestra (i
Berliner Philharmoniker) sussulta, freme, s'invola e, soprattutto,
canta. Canta come solo Puccini sapeva far cantare e come solo
Karajan
sapeva interpretare (2 cd Decca, lire 70 mila).
PUCCINI. "Tosca". Qui Maria Callas è d'obbligo.
Il suo "Vissi d'arte" è
da antologia, con un dominio dell'emissione a tutt'oggi insuperato.
E la
registrazione è ancor più indimenticabile se
ad accompagnarla è quel
grande e un po' dimenticato direttore che era Victor De Sabata
(con loro
di Stefano, Gobbi e la Scala di Milano in due cd mono della
Emi, a lire
70 mila).
PURCELL. "Dido and Aeneas". Raymond Leppard ritorna
(nell'85, dopo la
volta '77) al capolavoro della musica inglese. Convincendo
ancor più
grazie alla compagnia di Marie McLauglhlin, Thomas Allen,
Patricia Kern
e l'English Chamber Choir and Orchestra. Egli usa strumenti
moderni, e
la sua è un'interpretazione molto personale, forse
poco corretta
filologicamente. Ma soprattutto si avvale di Jessye Norman
(nel ruolo
del titolo), con la sua voce possente nei momenti più
concitati e i
conturbanti "pianissimo" in quelli intimisti (cd
Philips, lire 25 mila).
RACHMANINOV. I quattro concerti per piano e orchestra. Earl
Wild,
allievo di Egon Petri, esecutore con Toscanini della Rapsodia
in Blue di
Gershwin, è in questi brani "di casa"con
quel non so che di kitch che
non dispiace, almeno in questi brani (superabile solo dall'autore,
in
incisioni però troppo datate). Se poi assieme a lui
c'è la Royal
Philharmonic Orchestra diretta da quel grande direttore mahleriano
che è
Jascha Horenstein, siamo all'esecuzione di riferimento difficilmente
eguagliabile (2 cd Chandos, lire 60 mila).
RAVEL. Concerto in sol. Arturo Benedetti Michelangeli interpreta
il
francese attraverso gli occhi di Saint-Saens: manieristicamente.
Con
vivo senso del teatro sciorina mordenti, trilli, arpeggi,
assecondato
dall'orchestra Philharmonia diretta da Ettore Gracis (cd Emi,
lire 30 mila).
RAVEL. "La valse". Sotto la direzione di Herbert
von Karajan il
capolavoro del francese potrebbe servire come epitaffio della
danza
austriaca e addirittura di un'epoca nella storia della musica.
Qui
l'atteggiammento straussiano, decadente, è fondamentale.
Alla fine del
brano il ritmo ternario sembra adombrarsi in quello di una
marcia
funebre (cd Emi, lire 25 mila)
RIMSKI-KORSAKOV. "Sheherazade". Che accoppiata
quella formata da Fritz
Reiner e dalla Chicago Symphony! Più che russa, questa
musica nelle loro
mani diventa mitteleuropea. Il tema del sultano fa venir in
mente
Richard Strauss. Le sonorità marine più che
l'esotico, rammentano
l'"Olandese volante", i temi d'amore Gustav Mahler
(cd Rca, lire 25 mila).
ROSSINI. "Barbiere di Siviglia". Vittorio Gui giustamente
rivendicava a
sè il merito di aver rinnovato la pratica esecutiva
rossiniana, prima
degli Abbado, dei Cagli e dei Festival di Pesaro. Ne è
testimonianza
questa fresca produzione del Festival di Glyndebourne (del
'62, ma dalla
resa sonora non si direbbe). Victoria de los Angeles è
una Rosina
intrigante quanto fascinosa (nel prestigioso cast Alva e Bruscantini).
ROSSINI. "Semiramide". L'opera in se è una
delle tante bellissime del
pesarese. Ma in questa registrazione abbiamo il trionfo del
belcanto.
Grazie alle due protagoniste, negli anni Sessanta al vertice
della loro
carrera: Joan Sutherland (nel ruolo del titolo) e Marylin
Horne (il
principe Arsace). Accompagna (e in questo caso si può
far a meno di
qualcosa di più) Richard Bonynge con la London Symphony
Orchestra (3 cd
Decca, lire 70 mila).
SAINT-SAENS. "Il Carnevale degli animali". Un pezzo
dove i suoni
onomatopeutici la fanno da padrona, dove pianisti, manager
musicali,
critici vengono appaiati in una lunga serie di ritratti da
"fantasia
zoologica". La Decca lo presenta sotto la spiritosa bacchetta
di Charles
Dutoit in un doppio album dal titolo "The essential Saint-Saens"
che
comprende anche la Terza sinfonia con organo, la "Danza
macabra", il
Terzo concerto e l'Havanaise per violino e orchestra, il Secondo
concerto per piano e orchestra del musicista francese (2 cd
Decca, lire
35 mila).
SCARLATTI Domenico. Antologia di sonate. Vladimir Horowitz
fu tra i
primi concertisti a portare nei propri recital (in versione
pianistica,
dal clavicembalo) questi brani. Quando il compositore voleva
imitare la
chitarra o la castagnetta, con i giouchi di mani incrociate,
i salti, le
acciaccature, arpeggi, trilli, mordenti e "gruppetti",
probabilmente
stava pensando a esecuzioni come quelle del russo, nonostante
che non
conoscesse il suono del pianoforte (cd Sony, lire 25 mila).
SCHOENBERG. "Verklärte Nacht". Meno male che
lo spartito è lo stesso:
ascoltate prima l'interpretazione di Pierre Boulez con l'Ensemble
InterConteporain (cd Sony, lire 25 mila). Suoni secchi, algidi,
melodie
quasi artrofiche. Sembra una introduzione alle premesse della
scuola
atonale. Ascoltate lo stesso brano fra le mani di Herbert
von Karajan:
violini languorosi, violoncelli esitanti, atmosfere rarefatte:
praticamente il dopo Mahler (cd Dgg, lire 36 mila).
SCHUBERT. Le 9 sinfonie. La Royal Concertgebouw Orchestra,
sotto la
guida di Nikolaus Harnoncourt sempre perdere peso, snellirsi.
Il suo
suono diventa nervoso, mordente. E le sinfonie del viennese
paiono come
nuove, rinfrescate da questa lettura. Questo per otto sinfonie,
poi
nella Nona, sorpresa, siamo di nuovo trascinati nella grandeur
sonora
dei direttori "epici" (4 cd Teldec, lire 120 mila).
SCHUBERT. Lieder. I tre grandi cicli, "Schwanengesang",
"Die schöne
Müllerin", "Winterreise" eseguiti dalla
consacrata coppia formata da
Dietrich Fischer-Dieskau e Gerald Moore. Nessun cantante come
il tedesco
ha mai avuto un rapporto di così totale osmosi con
il viennese ,
registrandone più volte i capolavori; e l'inglese fu
il principe dei
suoi accompagnatori. Non una nota, non una frase sono privi
di senso o
di una precisa collocazione nella struttura complessiva (3
cd Dgg, lire
70 mila).
SCHUBERT. I due trii per piano, violino e violoncello. Il
Trio Beaux
Arts suona con eleganza, pudore, gioia di vivere questi brani,
sottolineando, soprattutto nei tempi veloci, il lato apollineo
del
compositore (2 cd Philips, lire 35 mila). L'altro lato, quello
irrequieto, tragico la fa da padrone nell'interpretazione
del Trio
formato da Eugene Istomin, Isaac Stern e Leonard Rose, con
una
drammatizzazione dei tempi lenti palpabile nella predominanza
del timpro
scuro del violoncellista (2 cd Sony, lire 50 mila).
SCHUMANN. Concerto per piano e orchestra. Radu Lupu suona
con
spensieratezza giovanilistica, senza forse la seriosità
dell'accopiata
Maurizio Pollini - Claudio Abbado (Dgg), ma con un sorriso
mercuriale,
un ardore che ci riporta al primo Romanticismo e alla lotta
dell'autore
contro i "filistei della musica". Con lui André
Previn e la London
Symphony Orchestra nella classica accopiata con il concerto
di Grieg (cd
Decca, lire 25 mila).
SCHUMANN. Le Quattro sinfonie. George Szell e l'Orchestra
di Cleveland
si immergono in queste ostiche (da interpretare) partiture.
Non scelgono
una iperomantica, maherliana via, come Bernstein con i Wiener
Philharmoniker (2 cd Dgg); e neppure una leggera, dall'organico
ridotto,
mendelssohniana come l'Hannover Band diretta da Roy Goodman
(2 cd Rca).
Con ardore e convinzione battono la loro strada dando una
prova di
grande virtuosismo orchestrale e suonando con l'ensemble a
pieno
organico in maniera lirica, cameristica: con prime parti che
intervengono solisticamente nei momenti intimistici e masse
che
partecipano come coralmente in un fitto dialogo (2 cd Sony,
lire 50 mila).
SCIOSTAKOVIC. Le 15 sinfonie. L'edizione di Kirill Kondrashin
ha
senz'altro le affinità idiomatiche. Ma Bernard Haitink
a capo della
London Philharmonic e dell'Orchestra del Concertgebouw di
Amsterdam ha
una grande musicalità e soprattutto una incomparabilmente
superiore
qualità sonora della registrazione (11 cd Decca, lire
200 mila circa).
STRAUSS famiglia. Valzer e polke. I concerti di Capodanno
vanno bene
praticamente tutti: quando ci sono di mezzo i Wiener Philharmoniker
invece del direttore basterebbe innestare il pilota automatico.
Ma se si
vuole qualcosa di più, ovvero l'arte con la A, bisogna
avere il concerto
del 1987, l'unico di Herbert von Karajan. Ci sono tutti i
"must" della
circostanza (da "An der schönen blauen Donau"
alla "Radetzky march", più
"Voci di primavera" con l'intervento solistico del
soprano Kathleen
Battle) e un uso di ritardandi e accellerandi, colori, "rubato"
che
certi brani sembra di ascoltarli per la prima (cd Dgg, lire
37 mila).
STRAUSS Richard. "Der Rosenkavalier". Saranno poco
credibili i valzer in
una Vienna del Settecento, ma Karajan, La Marescialla di Elisabeth
Schwarzkopf, cesellatrice del fraseggio, l'Octavian di Christa
Ludwig,
dall'assoluta padronanza di emissione e la Sophie dall'argento
vivo di
Theresa Stich Randall, con la loro arte prodigiosa venderebbero
i vasi a
Samo (3 cd Emi, lire 110 mila).
STRAUSS Richard. "Vier letze Lieder". Un po' l'addio
alla musica (e alla
vita) del grande compositore. Atmosfere autunnali, dimesse
ma serene: un
addio borghese. Benissimo rese dal soprano Gundula Janowitz
con Herbert
von Karajan e i Berliner Philharmoniker (cd dgg, lire 25 mila).
STRAUSS Richard. "Also sprach Zarathustra". Uno
dei primi stereo (nel
'54), ma anche una delle più elettrizzanti "rese
sonore" questa di Fritz
Reiner a capo della Chicago Symphony. E, ovviamente, interpretazioni
di
assoluto riferimento: strumenti a fiato granitici, archi vellutati
per
un "climax" conturbante (cd Rca, lire 25 mila)
STRAVINSKI. "La Sagra della Primavera". Violenta,
aggressiva, dalla
velocità oggi inusitata, dai suoni quasi abrasivi la
celebrata
interpretazione di Antal Dorati della Minnesota Symphony Orchestra,
volta a creare quella reazione di sconcerto che il brano dovette
provocare alla prima parigina del 1913. Ottima la registrazione
Mercury
- Philips (lire 25 mila).
STRAVINSKI. "The Rake's progress". Dopo la seriosa
prova dell'autore,
Riccardo Chailly si avvicina a questo capolavoro con fare
apparentemente
sbarazzino, restituendocelo con il sorriso di un'operetta.
Tutto ne
risulta snellito, ripulito dando un impessione di freschezza.
Dove
l'orchestra (la raffinata London Sinfonietta) emerge in primo
piano. Nel
cast emergono il Nick di Samuel Ramey, il Tom di Philip Langridge,
la
Baba di Sarah Walker (2 cd Decca, lire 70 mila).
VERDI. "Traviata". Probabilmente i verdiani nostrani
preferiranno le
versioni della Callas o della Scotto. Ma questa di Carlos
Kleiber ha il
privilegio di dare al contributo orchestrale (qui l'Opera
di stato
Bavarese) un'inusitata rilevanza. Buoni senza essere indimenticabili
i
cantanti Cotrubas, Domingo e Milnes (2 cd Dgg, lire 70 mila.
VERDI."Fastaff". Registrazione un po' datata (1956),
ma chi potrebbe,
oggi, ricostruire un cast formato da Tito Gobbi (nel ruolo
del titolo
pare quasi una reincarnazione del personaggio) e Schwarzkopf,
Zaccaria,
Moffo, Panerai sostenuti dalla verve questa volta ironica
di Herbert von
Karajan (in due cd Emi, lire 70 mila)?
VERDI. Requiem. Tanti grandi l'hanno diretto in maniera egregia:
Toscanini, Karajan, Giulini, Bernstein, Reiner, tanto per
fare alcuni
nomi. Ma l'interpretazione più commovente è
quella di Ferenc Fricsay, in
una "live performance" del 1960. I solisti (Stader,
Dominguez, Carelli,
Sardi) seguono l'itinerario introspettivo del direttore ungherese.
C'è
molto silenzio, concentrazione, amarezza, cupezza di toni,
in questa
esecuzione. Di lì a qualche mese il grande direttore
ungherese sarebbe
morto di cancro (2 cd Dgg, lire 40 mila).
VIVALDI. "Le Quattro Stagioni". A parte la tecnica
strepitosa, Salvatore
Accardo ha la brillante idea di utilizzare uno Stradivari
diverso per
ogni concerto o stagione, con risulti di caratterizzazione
veramente
interessanti. Lo accompagnano, in questa registrazione effettuata
dal
Festival di Cremona dell'87, i Solisti delle settimane musicali
di
Napoli (cd Philips, lire 25 mila).
WAGNER. "Tristano e Isotta". La Philharmonia di
Londra non sarà stata
un'orchestra dal suono wagneriano, i cantanti del cast saranno
stati ora
logori ora fuori forma (ma quanta classe in Kirsten Flagstad
e in
Suthaus, Thebom, Greindl, Fischer-Dieskau, in 4 cd Emi a lire
105 mila),
la registrazione un po' datata (del 1952). Ma quando è
la bacchetta di
Furtwängler a spiccare il volo chiunque ama la musica
è rapito in un
volo senza tempo, dove la vicenda dei due amanti diventa simbolica
della
parabola delle passioni umane. E le quattro ore passano senza
che se ne
sia avuta coscienza.
WAGNER. "L'Anello dei Nibelunghi". Per i lirici
Karajan. Ma per coloro
che nel compositore tedesco cercano l'orgia sonora, l'epica,
Georg
Solti. Nonostante che sia stata la prima pubblicazione integrale
della
Tetralogia, non smette di colpire per gli straordinari effetti
acustici
(merito dei tecnici della Decca) e per il prestigioso cast
vocale (fra
gli altri Nilsson, Windgassen, Flagstad, Fischer-Dieskau,
Hotter,
London, Ludwig). 15 cd per un prezzo complessivo di 300-350
mila lire.
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